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  • Federica Megaro

Chemsex

Chemsex: assunzione di sostanze (metamfetamina, mefedrone, GHB, e simili) a scopo sessuale.

Si tratta una pratica che si sta diffondendo ampiamente, e che ha conseguenze sul fronte della salute sia per l’assunzione di sostanze sia per il contagio di malattie a trasmissione sessuale, come HIV ed epatiti.

Il fenomeno del chemsex, nato a Londra, sta prendendo piede anche in Italia, soprattutto nelle grandi città come Milano, Roma e Bologna, città italiana che per prima lo ha inquadrato grazie all’Associazione Lgbt Plus la quale ha prodotto una brochure informativa dedicata ai “consumatori” incentrata soprattutto alla prevenzione e ai rischi dell’uso di sostanze stupefacenti.

È importante sottolineare come l’assunzione di queste droghe, insieme ad altre sostanze chimiche (come certi farmaci per l’HIV) aumenti il rischio di overdose e in certi casi di decesso: associare farmaci antiretrovirali e sostanze stupefacenti può far diminuire l’efficacia dei farmaci, aumentare gli effetti collaterali così come la tossicità degli stupefacenti.

Nonostante sia difficile fare una generalizzazione, data l’eterogeneità del campione per età, ceto sociale, identità e orientamento sessuale, il chemsex è soprattutto legato al sesso fra uomini. Alcune review, però, riportano che anche all’interno della comunità lesbica vi è un meccanismo simile; sebbene mefedrone, GHB e metanfetamine non vengano massicciamente usate, fra le donne è più frequente l’associazione tra cannabis e sesso, che comporta minori rischi diretti ma potrebbe ugualmente portare ad un aumento di comportamenti sessualmente a rischio.

È importante fare una distinzione fra l’uso di droghe in sé, che in seguito porta ad un’attività sessuale, e il chemsex: in quest’ultimo, il desiderio di avere un rapporto sessuale rappresenta la spinta motivazionale che porta all’uso di stupefacenti.

Secondo molti studiosi questo principio è uno dei punti cardine per capire questo comportamento e perché esso coinvolga principalmente il genere maschile.

La maggior parte delle teorie si sofferma soprattutto sulle ripercussioni psicologiche del minority stress e dell’omofobia interiorizzata (Mayer., 1995) che colpiscono particolarmente uomini gay e bisessuali o uomini che si identificano come eterosessuali ma praticano sesso con altri uomini. In questi casi l’uso di droghe è vissuto come un modo per liberarsi da limitazioni, interne o esterne, e mettere in pratica i propri desideri sessuali. Non raramente, infatti, i frequentatori dei chemsex party sono persone che conducono una doppia vita.

Un altro approccio per capire il fenomeno potrebbe essere quello socio-relazionale. Secondo il professor Kane Race (University of Sidney), non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo, piuttosto una modernizzazione nelle pratiche di socializzazione all’interno della comunità LGBT. Attività che prima si svolgevano in luoghi pubblici come saune e discoteche, sono state gradualmente rilocate all’interno di abitazioni private, e grazie all’uso delle app, rese più semplici da organizzare.

Nel Regno Unito, dove ormai il chemsex è un fenomeno culturalmente radicato (non è raro trovare nella descrizione utente su Grindr la dicitura “chems friendly”), i servizi di salute mentale stanno iniziando ad indagare la dipendenza psicologica prodotta da questo comportamento, oltre a quella fisiologica causata dalle sostanze chimiche.

Il chemsex è un fenomeno che spaventa, una pratica che porta a delle vere e proprie maratone di sesso senza nessun controllo. Perché associare droga e sesso quando la sessualità è bella da vivere serenamente, da lucidi?

Sesso, droga e rock'n'roll? No! Di per sé il sesso è già rock'n'roll!

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